“C’è un suono dentro di me, bloccato in gola, che nessuno sentirà mai.”
Titolo: La donna che collezionava farfalle
Titolo originale: The Butterfly Cabinet
Genere: Narrativa Straniera
Autore: Bernie McGill
Traduzione: Simona Garavelli
Editore: Bollati Boringhieri
Collana: Varianti
Pagine: 224
Prezzo: € 16,50
Trama: Irlanda del Nord, 1892. Charlotte Ormond, quattro anni, viene trovata morta nella stanza del guardaroba della dimora di famiglia. Ha le mani legate con una calza annodata a un anello infisso nel muro. La piccola si è strangolata nel tentativo di liberarsi. A chiuderla lì dentro è stata la madre Harriet, mettendo in atto i rigidissimi principi educativi in cui crede: la situazione le è sfuggita di mano, la sua colpevolezza è evidente, ma le cose sono davvero andate nel modo che appare più ovvio? Sessanta anni dopo, Maddie, la vecchia tata di Charlotte, nel ricevere una lettera di Anna, l’ultima discendente degli Ormond, capisce che è giunto il momento di confessare un segreto che serba ormai da troppo tempo: solo lei sa cosa accadde veramente nell’ultimo giorno di vita di Charlotte. Al racconto di Maddie si alternano le pagine del diario che Harriet Ormond ha scritto in carcere dopo la condanna con cui si è concluso il processo a suo carico. Due voci potenti e straordinarie, quella arcaica, intrisa di spunti gotici, della popolana Maddie, e quella secca, tagliente, aristocratica di Harriet, una donna fiera e indipendente, algida e volitiva, incapace di scendere a compromessi. La piccola comunità del luogo è stata pronta a giudicarla, ma il suo diario rivela una realtà ben più complessa.
Recensione (?) di Vittorina: Giravo intorno a questo libro da mesi e mesi, me ne sentivo inspiegabilmente attratta.
Ma l’ho comprato circa una settimana fa, violando una delle mie abitudini, alla Mondadori piuttosto che alla Feltrinelli. A Palermo le due librerie si distanziano di pochi passi ed ero effettivamente stata alla Feltri a pranzare ed a prendere, al secondo piano, il malefico ed irresistibile pasciok ancora nella sua versione estiva fredda e granulosa (con tanta gentilezza della signorina al bancone, ormai un’amica che me lo imbottisce di caramello e granella di cioccolato).
Il mio passaggio dalla Mondadori era quindi privo di scopo e doveva essere rapido ed indolore essendomi già imbembita precedentemente di aria di libri. Ma la porta della Mondadori era spalancata… ed avete già capito come finiscono queste cose, a tarallucci e libri. Io e La Donna che collezionava farfalle siamo state a lungo, come si suol dire, separate in casa, ci vedevamo, fin da quando il libro era una pila di libri scintillanti ed in bella evidenza e non un singolo libro già rovinato e nascosto fra gli altri. Ci vedevamo ogni volta, ci annusavamo, ci conoscevamo tramite qualche riga, finivamo per avviarci insieme verso la cassa ma alla fine un ripensamento improvviso ci separava di nuovo. E così finiva che un altro testo prendeva il suo posto ai miei occhi. Ma il desiderio di portare a casa quella donna a lutto, voltata di spalle, rimaneva sempre come un rimpianto. Ho davvero aspettato che spuntasse un unica copia fuori posto quando ormai mi ero dimenticata della sua esistenza per ricordarmi che ci eravamo piaciuti e che non bisogna separare ciò che il caso ha unito. Ho pagato senza dire ah ne bah una copia un pò usata, appunto, ma era quella, fra le altre assolutamente identiche, la mia.
Parlo in senso unico con presunzione, quando dico che ci siamo piaciuti. Perché io posso dire con slancio amoroso che il libro mi è piaciuto in maniera decisa e chiara, ma non so cosa il libro pensi di me.
E’ un libro fatto di voci, più che di eventi, di piccoli frammenti che si uniscono piano piano e ci portano verso la conoscenza di due donne diverse, più che verso la soluzione di un evento. Non c’è una trama strutturata, la narrazione procede tramite i ricordi i pensieri e le sensazioni di due donne. Una, Harriet, è la padrona, mentre l’altra Maddie, era una domestica al suo servizio. Entrambe vivevano nella stessa lussuosa casa, Casa Ormond, nell’Irlanda del Nord, sul mare ondoso e non, come quando si immagina generalmente l’Irlanda, su una placida collina verde. C’è anche una terza protagonista, che non parla mai, ma che viene soventemente evocata, ed è Charlotte, la bambina seria e decisa che perde la vita strangolata da una calza, la stessa calza con cui l’ha legata sua madre Harriet prima di chiuderla dentro la stanza usata per mettere in atto i rigidi principi educativi con cui voleva crescere i suoi bambini. La sua morte ed il suo permeare nelle vite di Maggie ed Harriet è il perno del libro, che però non si concentra solo su questo ma vagabonda in maniera circolare nel ricordare la loro vita passata, presente, e futura. Se quindi si cerca un libro puntuale, composto, ordinato oppure una mistery story che crei un pò di sana suspence questo libro non è adatto e vi deluderà. C’è poco di ordinato, le due donne divagano ampiamente e si perdono in inezie e racconti ad incastro. Ciò che si scopre è la loro umanità.
Sia della serva Maddie, ribelle a modo suo ed a modo suo colpevole, che della padrona Harriet.
Ma che Harriet non sia un mostro, ma piuttosto una donna che cerca di fare del suo meglio, anche precipitando se stessa nel baratro, ci è presto chiaro. E’ impossibile provare disgusto per lei, nonostante scopriamo prestissimo che picchia i suoi figli, anche molto duramente, per schiocchezze. Piuttosto nasce una sottile empatia per questa lady algida fuori ma tempestosa nell’animo, che ama galoppare e soffre ogni reclusione e che, dando il titolo al libro, imprigiona le farfalle per ucciderle e fissarle lei stessa (trova sciocco chi le compra da altri) ed osservarne le scaglie piene di colori. Impossibile pensare, quando Harriet racconta di come lavorava alla sua collezione, a come in fondo lei non stia che parlando di sé, della sua infinita solitudine, di come “c’è un tempo per frustare i cavalli e non è quando sono dentro le scuderie”, della luce che cerca disperatamente in ogni stanza, e che ha intravisto nel marito Edward e di come alla fine, rivolgendosi alla morte di Charlotte lei possa dire “Stavo cercando di insegnarle a salvarsi.”
Harriet cerca di salvarsi frammentandosi nei suoi figli, nove, troppi anche per l’epoca, e rompendosi cerca di scomparire, di andare via, diluendosi in qualcosa che non è, trasformando l’amore in disciplina.
E’ una donna con un’anima forte ma prigioniera dal suo sentirsi diversa dalla madre e dalla sorella, un cavallo da caccia relegato alla stalla, e con un segreto rivelato solo alla fine, un mistero che getta una luce nuova sulla sua persona e sulla sua sofferenza.
Ma anche la tata Maddie ha un segreto. Un grande segreto che rivelerà come nessuno sia davvero colpevole o davvero innocente in quella morte di bambina.
E tutti non sono che farfalle, frammenti di anima che vanno e vengono, e tornano e vivono e guardano il sé che potrebbero diventare, così come viene detto in una pagina vibrante e memorabile. Harriet e Maddie, entrambe amano. Ed entrambe vivranno una vita in più per quella della piccola Charlotte, che hanno ucciso dentro loro stesse più che all’atto pratico fuori.
Sostanzialmente, questo libro non lascia indifferenti, e pur dimenticando magari i dettagli della vita di queste due donne, le loro sensazioni rimangono ad aleggiare a lungo nella memoria del lettore.
Advertisements